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Snapping: l'epidemia americana di cambiamenti improvvisi di personalità -
Seconda Parte - Capitolo Nono: Informazione

Snapping: America's Epidemic of Sudden Personality Change © di Flo Conway & Jim Siegelman, Seconda Edizione, 1995. Stillpoint Press, ISBN 0-9647650-0-4.

Traduzione a cura di Allarme Scientology, 2007/2008.

 

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9. Informazione

« L'informazione è informazione. Non materia o energia »
- Norbert Wiener, Cybernetics

Ironicamente la cibernetica e la teoria dell'informazione, le nuove scienze tecniche della comunicazione che hanno dato avvio all'era di esplosione informatica dell'hardware high-tech e della tecnologia automatizzata, offrono un punto di partenza naturale che si distacca dal modello di robot della psicologia. È questo mondo di macchine sofisticate, non il mondo degli animali o degli organismi inferiori, ad essere costruito a immagine del genere umano. Dai suoi materiali grezzi, dai suoi principi e processi di base possiamo iniziare a raffinare la nostra comprensione dello snapping.

In ogni forma del fenomeno possiamo identificare un elemento comune, che si tratti dell'esperienza di crescita personale più intensa o del momento spirituale più evanescente, del pensiero più profondo, dell'emozione più intensa o della frase più banale o immagine fugace che scatena qualche imponente reazione umana capace di cambiare la vita. È quella cosa meravigliosa ed elusiva chiamata informazione. L'informazione è ciò di cui gli esseri umani sono composti, non semplicemente informazione in senso tecnico - notizie, fatti, dati informatici, segnali di telecomunicazioni - ma informazione in termini umani, la forza e la sostanza vivente che scorre attraverso ogni tratto della nostra mente, del nostro cervello e del nostro corpo. L'informazione, non la materia o l'energia, è ciò che compone la coscienza umana. È l'anima della comunicazione e la chiave del fenomeno dello snapping.

Prima di poter combinare insieme le diverse tessere del puzzle dobbiamo innanzitutto comprendere che cos'è l'informazione e come gli esseri umani la assimilano e le danno un senso. In anni recenti gli scienziati hanno cominciato a comprendere questo stupefacente processo e, come si è visto, non è per nulla come sospettavano un tempo.

CIBERNETICA. Il concetto di informazione venne ampliato dalla scienza cibernetica, uno dei

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nuovi strumenti di comprensione sviluppati nella seconda metà del ventesimo secolo. La cibernetica non è semplicemente un avanzamento di scienze più vecchie. È un campo interamente nuovo di indagine nato in America durante la Seconda Guerra Mondiale quando team di scienziati provenienti da diverse discipline vennero radunati in uno sforzo collettivo per risolvere i problemi pratici della guerra moderna. Da compiti ingegneristici molto concreti come il calcolo di intricate traiettorie di volo nemiche e la messa a punto di meccanismi traccianti per l'artiglieria antiaerea, emersero i primi principi per lo studio scientifico della comunicazione.

La cibernetica, succintamente definita come lo studio di "comunicazione e controllo dell'animale e della macchina", si sviluppò velocemente in una vasta scienza di sistemi di controllo automatico: strutture meccaniche, elettroniche e biologiche che regolano i propri processi interni e correggono i propri errori operativi. La parola cibernetica - coniata da Norbert Wiener, il brillante matematico del M.I.T. e padre riconosciuto della scienza - proviene dal greco kubernêtês, da timoniere o governatore, e commemora lo strumento cibernetico conosciuto per primo: i meccanismi timonieri usati sulle navi che controllavano i disturbi di vento e onde e aggiustavano il timone di conseguenza, per mantenere la nave sulla rotta prestabilita. Secondo i termini di Wiener, il "feedback" vitale che guidava la barra del timone, come i raggi delle onde radar che rimbalzano sui bersagli nemici e danno istruzioni alle armi antiaeree automatiche che collaborò a sviluppare, fornivano al sistema una "unità di organizzazione" che egli identificò come "informazione".

Dopo la guerra, quando sul mercato arrivò una nuova generazione di macchine e strumenti automatizzati che alleviavano ogni tipo di incombenza quotidiana, gli americani cominciarono a raccogliere i primi frutti di questa fatica un tempo top secret. Tra quei primi arrivi ricordiamo le lavatrici automatiche, i tostapane con l'auto espulsione e le porte elettroniche dei supermercati, ognuno dei quali impiegava semplici strumenti di feedback che rispondevano a qualche piccola unità di informazione. Ma nonostante quei pratici esordi, la nozione di informazione rimase uno dei concetti più scivolosi che colpirono la scienza moderna dai tempi della teoria della relatività. Gli ingegneri americani tendevano a vedere l'informazione in termini di "organizzazione", "ordine" e "complessità organizzata", mentre le loro controparti britanniche preferivano vederle in termini di "selettività" e "varietà".

TEORIA DELL'INFORMAZIONE. La prima definizione tecnica di informazione venne proposta nel 1949 quando il Dott. Claude E. Shannon, un ricercatore matematico dei Bell Telephone Laboratories, pubblicò una relazione assieme al Dott. Warren Weaver, all'epoca della Rockfeller Foundation, intitolata "Teoria matematica della Comunicazione", in cui

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fissavano i requisiti fisici e i limiti alla comunicazione e trasmissione dei messaggi. In questo iniziale tentativo scientifico di dare forma e sostanza a quel flusso indefinibile che scorreva attraverso le nuove reti Ma Bell di linee telefoniche a lunga distanza, la madre dell'odierna autostrada informatica, Shannon e Weaver introdussero il concetto di "bit" (abbreviazione di binary digit) di informazione, il semplice acceso-spento, la scelta testa o croce che essi definirono essere la più piccola quantità di informazione che qualsiasi messaggio possa contenere. Poi, armati di bit e di semplici logaritmi matematici, proseguirono per ricavare un modo di calcolare la quantità di informazione contenuta in ogni messaggio. Questo calcolo scientifico dell'intangibile non fornì intuizioni di sorta sul significato in termini umani di qualsiasi particolare comunicazione, ma evitando antichi e infiniti dibattiti sulla natura di parole e numeri, offriva agli ingegneri un modo nuovo di parlare semplicemente - e solamente - della matematica e della fisica di trasmissione di quell'informazione nel modo più veloce ed efficiente possibile.

Combinate assieme cibernetica e teoria dell'informazione portarono a svolte importanti nell'ingegneria e nella tecnologia, dalla padronanza di vaste reti televisive e telefoniche alla logica fulminea del computer. Fin dall'inizio le nuove scienze aiutarono gli ingegneri elettrici a ridurre all'ordine il caos e la complessità, ma al profano questi nuovi trionfi tecnologici sembravano soltanto aumentare la complessità e la confusione della vita quotidiana. Nel giro di pochi anni le telecomunicazioni ad alta velocità e i sistemi di elaborazione dati cominciarono a mettere a disposizione della gente sempre maggiori quantità di informazioni a una velocità che va ben oltre la capacità umana di elaborare e organizzare: notizie istantanee da tutto il mondo, sguardi ravvicinati a culture remote, immagini ravvicinate di disastri naturali, guerre, problemi sociali e crisi politiche mentre erano in corso. Non trascorse molto tempo prima che, in innumerevoli arene, le performance umane venissero affossate dalle straordinarie capacità del computer e dalla velocità quasi illimitata dei congegni elettronici.

La gente come poteva far fronte a questa inondazione? Esistevano limiti alla quantità di informazione che si poteva assimilare, e a cui si poteva dare un senso? Oppure esisteva una barriera incorporata - un punto fisico di "sovraccarico da informazione"?

Molti scienziati, compreso lo stesso Wiener, sollevarono questi quesiti circa l'impatto delle nuove tecnologie sugli esseri umani, e le loro preoccupazioni sembravano sufficientemente urgenti da meritare indagini serie. Negli Stati Uniti e altrove vennero lanciati centinaia di progetti, tutti con lo scopo di determinare la natura precisa e i limiti fisici dell'elaborazione umana dell'informazione. Si scoprì ben presto che il sistema nervoso umano era una meravigliosa ingegneristica cibernetica che convertiva ogni immagine, suono, profumo,

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gusto e sensazione tattile in un suo distinto modello di informazione. Ogni parola scritta, ogni tema musicale, ogni esperienza di vita invia al cervello il suo flusso di informazioni inimmaginabilmente complesso attraverso gli organi sensoriali del corpo.

Il cervello umano, però, presentava barriere insormontabili per la comprensione scientifica. Acclamato come il computer più sofisticato del mondo, si dava generalmente per scontato che elaborasse le informazioni nel modo in cui lo fanno le centraline telefoniche e i processori elettronici, ma i suoi esatti percorsi informativi erano decisamente troppo complessi per l'osservazione sperimentale, o anche solo per la miglior analisi computerizzata disponibile all'epoca. Quindi i ricercatori attinsero a concetti tecnici di trasmissione di informazione, "capacità di canalizzazione", e "immagazzinamento e recupero" e cercarono di "immettere" quantità massicce di informazioni nel cervello dei loro soggetti di test. Organizzarono elaborati esperimenti studiati per misurare la quantità di parole, numeri e altri segnali che si era in grado di elaborare prima che la capacità di elaborazione arrivasse al collasso. Le loro scoperte furono notevolmente coerenti: ricercatori di tutto il mondo identificarono modelli comuni di reazione umana che sembravano descrivere una precisa condizione di "sovraccarico da informazione".

Come molta altra scienza e accademia degli anni Cinquanta, però, quegli interrogativi iniziali sull'elaborazione umana dell'informazione erano strettamente orientati al comportamento. Quasi tutti gli studi erano motivati da preoccupazioni pratiche e mancarono quasi completamente di concentrarsi su domande fondamentali sul tipo di informazione che si chiedeva alla gente di assorbire, sulla intensità dell'informazione - il puro e semplice impatto fisico del tutto - e sul significato dell'informazione in termini umani.

Stress da informazione. Lo psicologo James G. Miller, pioniere della ricerca sull'elaborazione umana dell'informazione, in una retrospettiva pubblicata nel1978, accertò i risultati di diverse centinaia di studi sull'argomento. Miller scoprì reazioni inquietanti causate dal sovraccarico di informazioni e una condizione correlata a cui si riferì come a uno "stress da informazione". Quelle particolari reazioni da stress iniziavano con una diminuzione di rendimento lavorativo e progredivano verso "effetti patologici" più gravi che avevano forte somiglianza con i sintomi della sovrastimolazione descritti da Sargant - e all'elenco sempre più lungo di reazioni umane che ci sentivamo descrivere come segnali rivelatori dello snapping. Essi comprendevano reazioni emotive prevedibili come senso di paura, di colpa, frustrazione, rabbia e ansia, estrema stanchezza e insonnia, e una generale risposta di apatia o resa.

Tuttavia, quando si arrivava all'impatto dello stress da informazione sulla mente stessa,

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Miller aveva poco da dire. Nonostante il loro rigore, i ricercatori avevano del tutto ignorato l'aspetto di preoccupazione più ovvio: gli effetti cumulativi del nuovo stress sulla mente, e come essi influivano sul cervello. E non erano nemmeno in grado di spiegare o trattare i sintomi del nuovo stress da informazione che stava cominciando a manifestarsi, non solo tra i volontari durante gli studi controllati di laboratorio, ma tra la gente che si trovava ad affrontare durante la vita quotidiana quantità travolgenti di informazione di ogni tipo.

Ed esistevano problemi scientifici più seri. Con loro sorpresa, i ricercatori che studiavano i limiti fisici dell'elaborazione umana dell'informazione furono sbigottiti nello scoprire che, attraverso varie tecniche di miglioramento della memoria e semplici metodi di raggruppamento o "frantumazione" di lunghe sequenze di parole e numeri, le capacità umane di immagazzinamento e recupero diventavano praticamente illimitate! Evidentemente gli esseri umani non elaboravano le informazioni nel modo in cui lo fanno telefoni e computer. Ma, di fronte alle indecifrabili complessità dell'organismo umano, gli psicologi furono costretti a curare insieme mente e cervello come fosse una irritante "scatola nera", termine ingegneristico per designare uno strumento sigillato con funzionamenti interni che restano inaccessibili e sconosciuti.

La scatola nera era ben lungi dall'essere impenetrabile. I biologi e i neurologi moderni stavano percorrendo i suoi corridoi più interni da decenni, ma i più erano incapaci di decodificare le azioni organiche che vi trovavano. Gli scienziati che indagavano le operazioni più interne del cervello relative all'elaborazione delle informazioni incontrarono ordini di complessità che non potevano essere ridotte alla teoria della trasmissione diretta di segnali di Shannon e ai semplici loop di feedback dei meccanismi cibernetici rudimentali di Wiener. Perché, come lo stesso Wiener aveva riconosciuto fin dall'inizio, gli esseri umani non si limitano a trasmettere informazioni. Essi le trasformano anche in azioni straordinarie che richiedevano modi completamente nuovi di pensare in merito al processo comunicativo. Via via che i segreti della comunicazione cerebrale iniziavano a dipanarsi, i ricercatori scoprirono che il funzionamento interno degli organi svolge intricate trasformazioni dell'informazione che la modificano da semplici segnali in modelli biologici in movimento che giocano ruoli fondamentali nei processi vitali. La scoperta diede agli scienziati la prima intelaiatura per superare l'abisso cervello-mente, collegando l'informazione in senso tecnico con la forza e la sostanza vitali che corrono lungo i canali comunicativi biologici e neurologici dell'organismo.

SISTEMI VIVENTI. Già alla fine degli anni Cinquanta i biologi che lavoravano sulle innovative teorie di Wiener e Shannon e le nuove scoperte nel loro proprio campo di indagine iniziarono ad afferrare la vera natura e le incredibili complessità dell'elaborazione umana dell'informazione. Il loro nuovo approccio "sistemi viventi" crebbe dai principi di base dell'organizzazione biologica e dell'idea di livelli ascendenti di "gerarchie" di attività

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biologiche verso un nuovo quadro di come gli esseri umani e i sistemi viventi generalmente crescono e si modificano. In un qualche modo, fra le inesorabili forze di casualità e deterioramento del mondo fisico, una tendenza contraria della natura riusciva a portare ordine nel caos e a creare queste entità organizzate che mantenevano stati interni stabili, prosperavano sui loro ambienti circostanti e si riproducevano generazione dopo generazione - e la chiave dell'intero processo era l'informazione. In realtà la definizione più aggiornata di vita stessa, spesso espressa dagli scienziati dei sistemi come un modello di auto-sostentamento, una "complessità organizzata" che si auto riproduce, era virtualmente identica alla prima definizione di informazione di Norbert Wiener.

L'approccio sistemico apriva alla scienza una nuova visione del mondo. Negli anni Sessanta produsse nuove scuole di studio interdisciplinare per la nuova scienza detta "ecologica", che rese la società consapevole dell'interdipendenza tra tutte le forme viventi e il fragile ambiente terrestre nel suo complesso. Ma quando si arrivava alla vita della mente e ai nuovi stress che gli individui andavano sperimentando nel mondo in fermento che li circondava, come per le scienze precedenti l'approccio sistemico non dava frutti.

SCIENZA COGNITIVA

Da quei primi albori dell'era informatica lo studio delle capacità del cervello di elaborare informazioni è cresciuto fino a diventare una autonoma scienza specializzata. Nelle università e negli istituti di ricerca americani e di tutto il mondo centri di elaborazione "cognitiva" delle informazioni iniziarono a decifrare il modo unico in cui gli esseri umani riordinano la messe quotidiana di informazioni. Durante le prime indagini, i nuovi scienziati cognitivi determinarono che l'occhio, da solo, possedeva oltre cento milioni di recettori di informazioni. Utilizzando nuovi metodi per ricavare modelli al computer, e avanzate tecnologie di imaging del cervello, furono in grado di seguire quei segnali dal nervo ottico a quelle cellule e reti specializzate poste nel cervello che costituiscono i centri di elaborazione degli stimoli visivi. E cominciarono gradualmente a capire in che modo il cervello converte il bombardamento di fotoni che colpisce la retina in forme e luminosità mutevoli nel tempo, e che poi formano quei modelli in oggetti - alberi, sedie, volti riconoscibili, parole ecc. - che per l'individuo hanno una qualche utilità.

Ciò che la nuova scienza doveva ancora determinare, però, era il modo in cui tutti quei segnali in entrata si combinavano per creare il fenomeno della consapevolezza: il modo in cui l'individuo sperimenta quell'informazione e costruisce significati su ciò che vede. Nei suoi primi trionfi, la scienza cognitiva fece importanti scoperte su come il nostro sistema nervoso trasforma qualsiasi cosa sperimentiamo in modelli progressivamente più complessi di informazioni, ma il campo doveva ancora collegare i fatti fisici dell'informazione nelle sue

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forme biologiche, neurologiche e infine neurochimiche ai fenomeni di consapevolezza sfuggiti agli investigatori durante tutto il glorioso corso della storia occidentale.

All'inizio della nostra collaborazione ci ritrovammo a dover affrontare il medesimo dilemma. Avevamo osservato e ci erano stati raccontati i momenti straordinari dello snapping, esperienze intense di crescita spirituale e personale che producevano cambiamenti profondi nella personalità e nella coscienza. Indipendentemente dalle credenze religiose, e contrariamente alle tendenze popolari che puntavano ad attribuire al sovrannaturale, a forze cosmiche o mistiche gli eventi umani straordinari, la nostra ricerca ci aveva convinti che, alla fine, tutte quelle esperienze potevano essere fatte risalire a processi totalmente naturali che si verificavano durante il funzionamento del cervello umano. Il nostro scopo era spiegare quelle esperienze straordinarie in termini concreti di comunicazione, e determinare quale impatto potessero avere sulle capacità di elaborazione dati del cervello. Ma ci rendevamo comunque conto che anche la speculazione più cauta ci avrebbe portati ai limiti della comprensione scientifica - e oltre una nuova, distintamente umana prospettiva di comunicazione della mente.

La strada verso la consapevolezza. Fin dall'inizio dei nostri viaggi alla ricerca di persone che avevano sperimentato il fenomeno dello snapping eravamo andati a fare visita anche ad importanti scienziati di tutto il paese, figure prominenti che operavano nel campo della matematica, della fisica e dell'ingegneria elettronica, nuovi ricercatori della teoria sistemica, nel campo della scienza cognitiva e della "bioinformazione", e a neuroscienziati che avevano dedicato tutta la carriera allo studio degli aspetti più minuti del funzionamento cerebrale. Molti scienziati con cui parlammo espressero sgomento per gli enormi gap che continuavano a separare il nuovo fiorire di conoscenza nei loro rispettivi campi di azione e la comprensione pratica delle operazioni comunicative quotidiane della mente. Lo spazio, dissero quasi all'unanimità, era pieno di contraddizioni inconciliabili della vita mentale che si scontravano frontalmente con le leggi della natura e della fisica moderna.

Un affascinante punto di vista su tali contraddizioni uscì durante una conversazione avuta alla fine degli anni Settanta con il Dott. John Lyman, all'epoca professore di ingegneria e psicologia alla University of California di Los Angeles. Lyman fu uno dei primi nuovi scienziati della mente. Aveva iniziato la sua carriera con le scienze positive ed aveva proseguito applicando le sue conoscenze ingegneristiche all'esplorazione dei fattori umani nell'equazione informativa. Nei due incontri che avemmo con lui - uno nel suo ufficio e uno nella sua casa sui picchi che sovrastano la San Fernando Valley - discutemmo della nostra indagine sul cambiamento improvviso di personalità e della prospettiva di comunicazione che andavamo sviluppando. Ci disse che all'inizio degli anni Sessanta aveva avuto la fortuna di trascorrere diverse ore al giorno, quasi quotidianamente, con l'amico di vecchia

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data Norbert Wiener, durante l'ultima estate della vita del grande scienziato e filosofo. Durante le loro conversazioni avevano dibattuto la questione di ciò che essi definivano eventi "epocali", o che cambiano la vita, nello sviluppo umano. Come Wiener aveva detto a Lyman, l'argomento lo preoccupava personalmente poiché, in quanto diabetico, doveva combattere gli improvvisi cambiamenti emotivi e di umore caratteristici della malattia. Ma entrambi avevano riconosciuto che la complessità del problema si spingeva ben oltre le loro dotte speculazioni. Lyman ci raccontò alcune delle questioni che erano emerse dalle loro discussioni e che gli scienziati che operano nel campo continuano a dover affrontare.

«L'essere umano è molto di più di un semplice supercomputer» ci disse Lyman. «I principi da cui sono stati sviluppati i computer sono sicuramente molto simili al modo in cui gli esseri umani elaborano le informazioni, ma gli esseri umani fanno un sacco di cose sul cui funzionamento al momento sappiamo poco o nulla».

Secondo Lyman, l'elaborazione umana dell'informazione si svolge a velocità chimiche di circa 300 piedi al secondo, una velocità neuronale che è di gran lunga inferiore alle 186.000 miglia all'ora della velocità della luce e limite superiore di qualsiasi apparecchio elettronico. Eppure gli esseri umani eseguono regolarmente prodezze di memoria e ricordo a velocità non raggiungibili da alcun computer disponibile all'epoca - e nemmeno ora.

«Non sappiamo come sia possibile» ci disse Lyman. «Abbiamo qualche idea circa le gerarchie dei livelli di elaborazione ma è qualcosa su cui s'è appena iniziato a lavorare nella progettazione del computer».

Il problema del tempo, ci fece notare, era un dilemma tormentoso sia per gli scienziati tecnici che per quelli umani. Nelle attività di elaborazione umana delle informazioni, ad esempio, erano presenti numerose istanze in cui il cervello sembrava funzionare del tutto indipendentemente dal tempo.

«Quando cominci a misurare la lunghezza dei sogni in rapporto al loro contenuto» proseguì, «osservi molto più contenuto di quanto sembrerebbe possibile nella lunghezza del tempo di sonno. L'andamento dell'attività onirica non sembra legata al tempo, in sequenza. Il cervello sembra ristrutturare le cose simultaneamente. Un altro esempio di questo fenomeno è quando l'individuo vede passarsi davanti agli occhi il flash di tutta la vita trascorsa, mentre sta annegando»

Per aiutarci a capire questa peculiare simultaneità del cervello, Lyman ci fece l'analogia con una bobina cinematografica. Sulla bobina è presente ogni singola inquadratura nella sua sequenza, e quando il film viene proiettato le immagini sembrano avvenire in quel momento. L'attività del cervello sarebbe equivalente al taglio delle immagini e alla loro disposizione una a fianco dell'altra. L'illusione del movimento scompare e tutte le informazioni sono presenti simultaneamente.

«Non so se sia vero, ma è possibile che quando racconti il tuo sogno a qualcun altro forse

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lo stai descrivendo come una cosa sequenziale, mentre quando lo hai sognato era come se, come uno schiocco » - e Lyman fece schioccare le dita mentre lo diceva.

Di nuovo la "nostra" parola, anche se con Lyman non l'avevamo mai nominata.

«Non posso darvi dettagli» proseguì, «salvo che i sogni e il tempo che essi coprono non corrispondono. Una prova in più è che i sogni che apparentemente coprono dettagli della durata di ore o giorni in realtà avvengono in pochi secondi».

Lyman non considerava il tempo come un fattore determinante del funzionamento del cervello. Secondo il suo punto di vista l'elemento tempo ha importanza soltanto quando il funzionamento del cervello viene tradotto in azione.

«Siamo legati al tempo dalla nostra capacità di espressione» ci disse. «Qualsiasi cosa facciamo richiede attività muscolare, anche il movimento delle corde vocali. Tutti i nostri prodotti nel mondo sono di natura muscolare, e la natura stessa della reazione muscolare è che deve essere temporale, deve avvenire in sequenza».

In quanto organo vivente di elaborazione di informazioni, fece notare Lyman, il cervello non ha parti in movimento e le sue attività non necessitano di estendersi nel corso del tempo. Tuttavia, come un sistema cibernetico il cervello ha le sue limitazioni strutturali intrinseche. Secondo Lyman, piuttosto che essere legato al tempo come il resto del corpo, il cervello è legato allo spazio, ovvero incapace di immaginare qualcosa al di fuori della sua tridimensionalità.

Questa faccenda dello spazio ci portò ad un'altra imbarazzante perplessità. Esattamente quando, in ogni senso, questi straordinari fenomeni mentali avevano luogo? Il centro delle attività di elaborazione dati era generalmente ritenuto essere il cervello, ma oltre a quello, le esperienze soggettive dell'umanità dovevano ancora essere localizzate. Attività neurologiche specifiche erano state fatte risalire a precise zone del cervello, ma i neuroscienziati non erano ancora riusciti a stabilire percorsi precisi di elaborazione simili a quelli dei cavi dei computer. Riuscivano soltanto a seguire le tracce del funzionamento cerebrale fino a vasti "aggregati" di neuroni, "reti neuronali" interconnesse e azioni neurochimiche che non potevano essere determinate con precisione. In realtà in molte aree del funzionamento cerebrale, dissezioni più minute portavano non ad una più chiara comprensione di come l'organo funziona, ma a una maggior confusione ai livelli elementari della chimica e della fisica.

Lyman riconobbe la delicatezza del problema.

«Vi sono molte materie in cui ti devi addentrare con una certa cautela» ci disse, «perché esistono molti fenomeni in cui la fisica non ha ancora messo ordine».

Per Lyman la sfida finale allo studio della mente non risiedeva nella fisiologia, ma nella fisica

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moderna, che deve ancora districarsi dai paradossi della relatività e delle meccaniche quantiche. Sottolineò il perenne paradosso della luce, che gli scienziati continuavano a concepire e su cui continuavano a lavorare, praticamente in termini sia di particelle che di onde, nonostante il fatto che i due modelli si contraddicessero in modo fondamentale.

«I concetti tradizionali della fisica stanno venendo messi profondamente in dubbio dai nostri stessi metodi» ci disse Lyman. «Nessuno ha voglia di spingersi nella mistica e dire "Ok, ammettiamo che la logica non esiste". Dall'altra parte la scienza sta cominciando a riconoscere che per quanto riguarda la relatività c'è molto di più di quanto abbia messo assieme Einstein».

Secondo Lyman i quesiti sulla coscienza umana resteranno irrisolti fino a quando quegli elementari problemi della fisica non saranno risolti. Per come la vedevamo noi, il passo in avanti richiesto non poteva essere di grandissime proporzioni concettuali.

«Abbiamo avuto Newton e abbiamo avuto Einstein» proseguì Lyman, «ma ora abbiamo bisogno di qualcuno che ci porti alla fase successiva. Qualcuno che ci porti oltre Emc2

Alla Stanford University della California il Dott. Karl H. Pribram stava cercando di procedere oltre Emc2, e stava facendo passi da gigante verso la comprensione del fenomeno definitivo della consapevolezza umana. Da lungo tempo impegnato nelle ricerche sul cervello, questo neuroscienziato di fama mondiale aveva sviluppato un nuovo modello delle attività cerebrali superiori di elaborazione dell'informazione che, potenzialmente, era il materiale di cui sono fatte le rivoluzioni scientifiche.

Il lavoro di Pribram si estendeva a vaste aree della ricerca sul cervello. Aveva fatto scoperte fondamentali sui modi in cui le cellule nervose comunicano tra di loro, su come il cervello filtra gli stimoli che riceve dai sensi, e sul ruolo del cervello nei processi psicologici superiori. Il suo maggior successo, comunque, era un nuovo modello di funzionamento cerebrale che indeboliva molte nozioni precedentemente accettate sulle attività cognitive fondamentali, come la percezione e la memoria. Dalla sua introduzione alla metà degli anni Settanta, il suo modello ha provocato diffusa eccitazione e controversia nel mondo scientifico e in molti settori è stato acclamato come una svolta importante nella teoria scientifica.

Seguendo i filoni di ricerca accarezzati da figure fondanti della neuroscienza moderna, con molti dei quali aveva collaborato, Pribram raccolse la sfida più grande del campo: lo sconcertante problema di come la memoria è immagazzinata e recuperata nel cervello. Il suo approccio era coraggiosamente innovativo. Invece di cercare pezzi specifici di informazione immagazzinata, come avevano fatto molti dei suoi predecessori, abbandonò questo modello a schedario in favore di un nuovo approccio suggerito dal Dott. Karl Lashley,

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figura leggendaria della ricerca americana sul cervello. Lashley, che aveva rinunciato in preda alla disperazione dopo una infruttuosa ricerca di tracce specifiche di memoria durata trent'anni, aveva proposto che la memoria non fosse immagazzinata in unità distinte ma piuttosto in modelli di flussi intersecanti di informazione all'interno del cervello. Mentre Pribram stava procedendo verso questo cammino esplorativo si imbatté in un modello fisico e matematico che poteva adattarsi molto bene, cioè l'ologramma, all'epoca una curiosa nuova invenzione delle scienze ottiche. Oggi l'olografia è famosa come una nuova e rivoluzionaria forma di fotografia tridimensionale, un modo nuovo di assemblare un "magazzino" di informazioni grafiche da cui può essere ricostruita un'immagine visiva realistica. Ciò che Pribram vi colse fu un'elegante dimostrazione della sua nuova teoria su memoria e percezione. In termini tecnici, l'immagine olografica tridimensionale rappresenta il prodotto "emergente" del modello di interferenza immagazzinato, creato da due fasci intersecanti di luce - e i modelli di luce, naturalmente, non sono soltanto onde e particelle ma, più significativamente, una forma visibile di informazioni.

Per creare un ologramma, un fascio coerente di luce (onde luminose di una singola frequenza, in fase, che viaggiano nella stessa direzione) prodotto da un laser, viene scisso attraverso uno specchio parzialmente argentato e parzialmente trasparente. Metà della luce va direttamente alla lastra fotografica; l'altra metà, la metà dell'informazione, si riflette sulla persona, oggetto o scena fotografata (in questo caso olografata) e poi anch'essa converge sulla lastra fotografica. La lastra non registra l'immagine reale, come succede nella fotografia convenzionale, ma il modello di interferenza formato dai due fasci di luce intersecante. La lastra o pellicola (anch'essa chiamata olografia in quanto distinta dall'immagine stessa, l'ologramma, sebbene i due termini vengano spesso usati in modo intercambiabile) mostra solo un modello di puntini e spirali che a occhio nudo non dicono nulla. Per ricreare l'ologramma, l'olografia deve essere illuminata da un altro fascio di luce coerente, che produce un'immagine con una vera prospettiva tridimensionale, immagine che non è sulla pellicola ma in una qualche posizione dietro o davanti ad essa. Osservando l'olografia da angolazioni diverse si può vedere l'immagine da sotto, da sopra o da entrambi i lati, percependola come se si stesse osservando l'oggetto originale da diverse posizioni.

L'olografia è molto di più di un semplice trucco fotografico da usare sulle carte di credito o negli effetti speciali cinematografici. È anche un metodo incredibilmente efficiente e sofisticato per immagazzinare informazioni. Con l'uso di frequenze diverse di luce, su una singola lastra olografica possono essere sovrapposti molti modelli di interferenza. Durante esperimenti tecnici risalenti agli anni Settanta fu possibile immagazzinare olograficamente 10 miliardi di bit di informazione in un centimetro cubo di spazio. Più importante della

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capacità dell'ologramma di immagazzinare enormi quantità di informazione, però, è il modo davvero stupefacente in cui quell'informazione viene immagazzinata.

Nell'olografia, l'informazione o luce riflessa da ogni punto dell'oggetto olografato è diffusa e distribuita sull'intera superficie della pellicola. La pellicola olografica può quindi essere tagliata in piccoli frammenti e ogni frammento, quanto illuminato, genererà l'immagine intera. Danni a qualsiasi parte della pellicola, anche alla gran parte di essa, non influenzeranno la capacità della pellicola di riprodurre l'immagine nel suo insieme.

Nella sua ricerca, Pribram colse al volo il concetto dell'ologramma in quanto modello decisamente appropriato per spiegare come funziona il cervello durante la percezione. Nel processo della visione, per esempio, l'informazione che viaggia verso il cervello attraverso un grande numero di canali separati si ritrova a diversi livelli per formare modelli di interferenza. Il risultato è una "rappresentazione cerebrale" (simile all'olografo fotografico) che registra oltre la retina (la lastra fotografica dell'occhio). L'esperienza soggettiva è l'immagine creata quando la rappresentazione visiva è proiettata olograficamente in profondità all'interno delle zone visive del cervello. Come nell'olografia, l'immagine è proiettata verso l'esterno dalla rappresentazione, e viene percepita come un oggetto nel campo visivo individuale. L'impressione di distanza, conosciuta anche come profondità di campo, è un altro effetto olografico, un fenomeno chiamato parallasse causato dall'intersezione degli stimoli gemelli portati al cervello dall'occhio destro e dal sinistro.

Processi simili avvengono in relazione alle altre impressioni sensoriali - come fece notare Pribram, i principi dell'olografia non sono dipendenti dalla presenza fisica di onde luminose. Un'altra forma comune di olografia è la registrazione stereofonica. I due canali di suono provenienti da altoparlanti stereo separati creano un modello di interferenza provocato da onde intersecanti di vibrazione dell'aria. Il prodotto, una "immagine auditorio" tridimensionale, non sembra provenire da uno o dall'altro degli altoparlanti ma da un punto centrale - che è infatti esattamente dove l'immagine stereofonica è localizzata. Lo stesso ologramma stereofonico è un modello esatto del modo in cui le due orecchie funzionano nel processo dell'udito. Ricerche più recenti suggeriscono che processi simili avvengano con i nostri altri sensi di gusto, tatto e olfatto. Quelle sensazioni non sono soltanto proiezioni delle enormi quantità di informazioni ricevute da ogni senso isolato. In molti casi esse sono il prodotto della sinestesia - modelli di informazione che si intersecano da due o più sistemi sensoriali alla volta. Le impressioni di gusto, per esempio, sono talmente dipendenti dal senso dell'olfatto che senza quest'ultimo molti cibi risulterebbero indistinguibili.

Oltre alla sensazione, il modello olografico risolveva anche i dilemmi concettuali di tempo e

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spazio che scaturivano sia dal sogno che dalla memoria. La capacità dell'ologramma di distribuire le informazioni e di recuperarle senza una ricerca tra infinite stringhe di bit di dati aiutava a spiegare la notevole velocità mnemonica del cervello. I meccanismi della memoria del cervello sembravano operare su principi simili ai processi olografici dell'immagazzinamento di molte immagini nello stesso spazio o pellicola, su frequenza di comunicazione variabile. Una lunghezza d'onda luminosa di informazione illuminerà solo una specifica immagine o memoria; lunghezze d'onda multiple genereranno molte immagini contemporaneamente. Lo stesso principio sembrava spiegare la simultaneità della memoria nel sogno. In un certo senso permetteva al cervello di rivivere un intero evento dalla memoria o, per usare l'immagine di Lyman, di tagliare e separare i fotogrammi del suo film temporale e, in effetti, disporli fianco a fianco rendendo disponibili tutte le informazioni nello stesso momento. Questo schema versatile suggeriva spiegazioni per altri processi mentali misteriosi, dall'infinita capacità della mente di fare associazioni libere ai complessi processi integrativi e creativi che producono le maggiori opere della mente: arte e immaginazione.

Forma di elaborazione delle informazioni altamente sofisticata e molto pratica, il modello olonomico del cervello di Pribram ci sembrava un paradigma alternativo molto attraente e decisamente plausibile per la comprensione del fenomeno dello snapping. La sua solidità scientifica era stata accuratamente elaborata e verificata matematicamente; si era dimostrato che la distribuzione olografica dell'informazione avveniva in accordo con precise "funzioni di diffusione" matematiche. Inoltre l'applicabilità al cervello del suo modello era stato confermato sperimentalmente da ricercatori che lavoravano indipendentemente da Pribram. In centinaia di operazioni condotte negli anni Settanta, ricercatori della Indiana University erano riusciti a "mischiare" i cervelli di salamandre - recidendo, congiungendo e letteralmente rimestando la loro struttura e contenuto - in studi che supportavano decisamente la nozione che l'immagazzinamento della memoria si conforma ai principi olografici. Sembrava che con la svolta di Pribram la scienza avesse alla fine prodotto una teoria credibile, provata matematicamente e sperimentalmente e, nell'immagine olografica tridimensionale, un modello funzionale di coscienza stessa.

Ci recammo a Palo Alto in un nuvoloso pomeriggio della primavera del 1977 per discutere con Karl Pribram le implicazioni del suo modello olonomico. Capelli argentati ma giovanile, per non dire brioso, Pribram possedeva una qualità senza tempo che rispecchiava l'eternità del suo lavoro. Per due ore infuse vita nel suo modello di cervello, ampliando il suo punto di vista con fotografie, diagrammi e il suo colorito modo di esprimersi.

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«Gli ologrammi hanno a che fare con la consapevolezza conscia» ci disse. «Quando illumino un ologramma, l'immagine che vedo non è sulla pellicola fotografica. È qualcosa che va oltre - è una proiezione. Se il cervello è organizzato olograficamente, l'esperienza conscia sarà similmente proiettata quando arriva il giusto stimolo».

Durante tutta la nostra conversazione Pribram fu attento a non affermare in via conclusiva le implicazioni della sua teoria, poiché ammise senza problemi che il cervello era molto più complesso e specializzato di un semplice ologramma, combinando modalità multiple di immagazzinamento di informazioni, loro distribuzione e organizzazione attraverso diverse regioni di funzionalità cerebrale. Ciononostante citò ricerche che suggerivano l'ampia applicabilità del suo modello; e sembrava deliziato dalle congetture sulle sue innumerevoli e affascinanti ramificazioni: i nuovi principi olografici che sembravano risolvere i paradossi di vecchia data della mente e altre nozioni che, sospettavamo, contenevano indizi vitali per i misteri degli improvvisi cambiamenti di personalità su cui stavamo investigando.

Ma cosa per noi più affascinante, alla luce delle innumerevoli descrizioni che avevamo sentito di cambiamenti istantanei di consapevolezza e stati mistici apparentemente eterni, era che nelle sue funzioni il cervello non sembra essere legato al tempo, ma assolve le richieste temporali di ogni attività umana e funzione del mondo reale. Pribram spiegò questa contraddizione senza difficoltà, trasportandoci nel mondo interno del cervello, oltre le nostre nozioni tradizionali di tempo e spazio.

«Ora, se l'ologramma è qualcosa che nel cervello è reale» ci mise in guardia, «significa che possiamo immagazzinarvi cose in termini di diverse frequenze di informazione. Poi possiamo leggere l'informazione sia in modo lineare che spaziale. Il modo lineare è sequenziale, nel corso del tempo, quello spaziale è simultaneo. Spazio e tempo non sono nel cervello, essi vengono letti dal cervello».

Mentre lottavamo con questa nuova idea che il cervello potrebbe essere, in realtà, il padrone del suo stesso tempo e spazio, Pribram ci raccontò la breve storia dell'ologramma. Sottolineò che sebbene il suo modello fosse decisamente radicale sia per la biologia che per la psicologia, proponendo una spiegazione per le qualità intangibili della mente in termini tecnici esatti, scienziati e filosofi riflettevano su linee simili da secoli, e avevano sviluppato concetti sempre più sofisticati che li mettessero in grado di afferrare la complessità del mondo che li circondava. Pribram spiegò che i primi principi formali dell'olografia erano stati introdotti tra la fine degli anni Quaranta e Cinquanta dal matematico svizzero Dennis Gabor, la cui intenzione era di migliorare la risoluzione dei microscopi a elettroni, strumenti ottici di grande potenza che ingrandiscono oggetti fino ai limiti della luce visibile. Gabor sperava di scoprire il modo per migliorare quelle immagini infinitesimali, così come gli scienziati

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americani avevano cercato, riuscendovi, di "de-offuscare" le prime immagini fotografiche provenienti dai satelliti spaziali. Per farlo attinse a equazioni matematiche complesse chiamate funzioni di diffusione, che descrivono il modo preciso in cui l'informazione viene diffusa sull'intera lastra olografica. Esse determinano anche il modo in cui l'informazione viene nuovamente riacquisita per riprodurre il soggetto olografico originale. Pribram citò importanti collegamenti storici con la matematica degli ologrammi.

«La matematica usata da Gabor erano le equazioni differenziali, il calcolo integrale» ci disse, «E se ripensate alla filosofia che avete studiato arrivate a Leibniz, che inventò il calcolo infinitesimale. Leibniz fu il primo a introdurre il concetto di monadi unità elementari che contenevano l'immagine intera dell'universo. All'epoca tutti pensavano Beh, Leibniz sta invecchiando. Sta cercando di nuovo di parlarci di Dio, giusto per assicurarsi di attraversare le porte di San Pietro. Pensavano che si stesse rammollendo, ma poi salta fuori che l'ologramma non è altro che un pugno di monadi! In altre parole, ogni parte dell'ologramma ha gli attributi di una monade. Essa include il tutto. Tutta l'informazione è lì, da una finestra, o punto di vista, leggermente diversa. Ciononostante, ogni parte rappresenta l'intero il che, naturalmente, è divino. Giusto?».

Lasciò che l'idea si sedimentasse mentre la nostra mente si affannava a tracciare collegamenti. Pensammo a tutte le persone con cui avevamo parlato le cui esperienze con culti, terapie e droghe psicotrope diverse avevano lasciato loro sensazioni travolgenti di unitarietà con l'universo, o di essere catapultati in altre dimensioni della realtà in cui vedevano il mondo "attraverso una finestra diversa". Pensammo alla popolarissima e disinvolta fiction di Kurt Vonnegut, i cui protagonisti si "sganciavano" spesso nel tempo e nello spazio. E pensammo a un astrologo che avevamo intervistato a New York il quale, nel suo modo non scientifico, aveva cercato di convincerci che la vita di ogni individuo è influenzata, al momento della nascita, dall'intera configurazione del sistema solare. Tutte queste idee, se non verità olografiche erano almeno possibilità olografiche, così come lo era il modo in cui la nostra immaginazione balzava da un'associazione allettante a un'altra. Stavamo già cominciando ad afferrare la nuova comprensione dell'elaborazione umana dell'informazione, e l'esperienza umana stessa che poteva essere derivata dal modello olonomico di Pribram. Pribram condivise il nostro entusiasmo e ci aiutò fornendoci le basi per questioni più pratiche.

«La nozione olografica si applica a tutte le idee spirituali che abbiamo mai avuto» disse casualmente, «ma si applica anche a tutto ciò che sappiamo sull'organizzazione sociale».

Avevamo già iniziato a speculare in quel senso, poiché sapevamo che la prospettiva di

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comunicazione che andavamo sviluppando non poteva separare l'individuo dalla sua più ampia natura sociale. L'ologramma infuse nuovo significato alle idee di relazione sociale e di interdipendenza dei sistemi viventi verso cui, solo in tempi recenti, le società moderne avevano rivolto la loro attenzione. In base a questo nuovo paradigma ogni individuo poteva essere visto come un ologramma vivente della sua cultura e della sua epoca, contemporaneamente registrazione e riflesso delle sue esperienze di vita - il modo in cui era stato allevato nell'infanzia, la sua educazione, lavoro, famiglia e relazioni personali - e, in senso più ampio, della sua società nel complesso.

Dal punto di vista della comunicazione, le implicazioni sociali dell'ologramma gettavano nuova luce sulle intricate dinamiche umane di tutte le attività di gruppo, dagli incontri-maratona ai revival religiosi, e dava forma tangibile al complesso di informazioni, sensazioni, relazioni ed altre forze comunicative palpabili che si riuniscono nell'esperienza individuale, multi inclusiva di un gruppo. Gli stessi principi olografici erano riflessi in scala maggiore nel flusso di informazione attraverso la società di massa. Come l'afflusso di sensazioni al cervello, il flusso di comunicazione di massa - le notizie, le idee, l'intrattenimento quotidiano e le immagini elettroniche ad alta velocità - viene moltiplicato centinaia di milioni di volte, come in ogni occhio umano, poi diffuse e distribuite ad ogni individuo, ed ogni persona riceve e interpreta la sua miscela unica di quell'informazione dalla sua personale "finestra" olografica, sia essa il televisore, lo schermo del computer, o il punto privilegiato del mondo reale.

Ci sembrava che, in contrasto con il mondo di materia ed energia, l'intero universo dell'informazione e della comunicazione - "la dimensione dell'informazione" come avevamo cominciato a chiamarla - dai più piccoli flash della consapevolezza umana alle dinamiche palpabili delle persone nei gruppi, alla più vasta diffusione della cultura di massa, fosse governato dalla sua propria serie di leggi naturali e proprietà fisiche che sembravano conformarsi in modo significativo alla matematica e alla fisica dell'ologramma. Poteva quello stesso ologramma fornire modi per risolvere paradossi più sconcertanti della fisica e della scienza moderna? Pribram parlò di questa grande preoccupazione che avevamo sentito esprimere da tanti scienziati.

«Dobbiamo entrare in un sistema di riferimento diverso» dichiarò. «Abbiamo bisogno di una matematica e di una fisica che ci permettano di porci le domande giuste. Non le chiediamo adesso. Non ci stiamo nemmeno avvicinando ad esse, e non potremo raggiungerle fino a quando resteremo appiccicati alle vecchie coordinate deterministiche cartesiane di tempo e spazio.

«Guardate che cosa sta accadendo nella fisica nucleare», proseguì, riferendosi alla particella subatomica chiamata tachione, scoperta solo di recente. «C'è una particella che

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parte da qui e arriva lì prima di essere partita. C'è qualcosa di sbagliato! Qualcuno può vincere un Nobel per averlo messo su diagrammi con il tempo che scorre all'indietro, ma quando gli chiedete che cosa intenda dire, vi dirà "Che cosa vuole dire con quel che cosa intende dire?" Posso descriverlo in termini matematici ma non ho la più pallida idea di che cosa sia. In un qualche modo dobbiamo spostarci su una modalità di pensiero totalmente diversa. Non che il modo ordinario sia sbagliato - non sto rinunciando all'idea che questo pavimento sia piano, ma questo non significa che il mondo non sia rotondo».

Il modello olonomico di Pribram non era la "teoria del tutto" definitiva, la teoria in grado di cambiare il mondo che molti scienziati stavano cercando, ma in meno di un decennio aveva fatto importanti incursioni nel pensiero scientifico sui processi fondamentali della memoria e della percezione. Esso suggeriva nuovi modi di guardare al tutto, dalle particelle fisiche alle relazioni sociali e gettava luce anche sugli aspetti intangibili dello spirito umano.

«All'improvviso queste cose non sono più meri voli dell'immaginazione» ci disse Pribram con un sorriso. «Risultano essere, matematicamente parlando, idee precisamente descrivibili».

Parlava con modestia, ma la sua fiducia e il suo entusiasmo colpivano in maniera franca e schietta. Mentre ci apprestavamo ad accomiatarci, Pribram riaffermò la convinzione nel suo modello e il suo potenziale contributo scientifico.

«Ritengo che la nozione di ologramma sia in realtà un vero cambiamento del nostro paradigma scientifico. Rende studiabili con strumenti scientifici tutte le cose prima liquidate come mistiche, soggettive e così via. In altre parole, abbiamo un dispositivo esplicativo che ci fa girare pagina».

Negli anni successivi alla nostra visita a Stanford, Pribram continuò a lavorare sul suo modello olonomico, assemblando pezzo dopo pezzo nuovi dati scientifici provenienti sia dalla sua stessa ricerca che da indagini indipendenti. Altri neuroscienziati scoprirono ulteriori dettagli sulle azioni olografiche di cellule cerebrali specializzate e le precise frequenze con cui diverse percezioni sensoriali vengono analizzate e distribuite in regioni localizzate del cervello; e tra gli scienziati si è intensificato il dibattito su come il cervello amalgami tutte le informazioni sparse per ricostituire immagini specifiche e altre sensazioni. Abbiamo tenuto d'occhio le alternative: importanti teorici della scienza cognitiva hanno avanzato intricate "reti neurali", "elaborazione parallela" e modelli che si rifanno alla meccanica quantica. Ma dal nostro punto di osservazione, il modello di Pribram restava decisamente superiore alle altre teorie - e il solo capace di spiegare in modo plausibile e di riprodurre fisicamente l'esperienza della coscienza stessa.

 
 
 
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